O celibato: radicalidade evangélica !

 

 

 

“O celibato é um dom do Senhor que o sacerdote é chamado a acolher e a viver em plenitude”, destaca o prefeito da Congregação para o Clero, Cardeal Mauro Piacenza, em artigo que escreveu para a edição desta quinta-feira, 23, do jornal oficial do Vaticano L’Osservatore Romano, com o título “Questão de radicalidade evangélica”.   

“O celibato é questão de radicalidade evangélica. Pobreza, castidade e obediência não são conselhos reservados de modo exclusivo aos religiosos. São virtudes a se viver com intensa paixão missionária”, defende. 

Piacenza faz uma crítica às objeções que volta e meia surgem contra o celibato, especialmente as de que essa doutrina seria um resíduo pré-conciliar e mera lei eclesiástica. O Cardeal explica que nenhuma delas têm real fundamento, nem nos documentos do Concílio Vaticano II, nem no magistério pontifício. O exame dos textos explicita uma radical continuidade entre o magistério anterior e posterior ao Concílio.

“O ensinamento papal das últimas décadas concorda ao fundar o celibato sobre a realidade teológica do sacerdócio ministerial, sobre a configuração ontológica e sacramental ao Senhor, sobre a participação no seu único sacerdócio e sobre a imitatio Christi que esse implica”, diz, explicando que apenas interpretações equivocadas poderiam conduzir a ver o celibato como um resíduo do passado do qual se libertar.

O prefeito da Congregação salienta ainda que o magistério pontifício incentiva a superar a redução do celibato a mera lei eclesiástica. “De fato, é lei somente porque é uma exigência intrínseca do sacerdócio e da configuração a Cristo que o Sacramento da Ordem determina. Nesse sentido, a formação ao celibato, além de todo o aspecto humano e espiritual, deve incluir uma sólida dimensão doutrinal, porque não se pode viver aquilo de que não se compreende a razão”, ensina.

Desafios

Piacenza diz que o debate sobre o celibato não favorece a serenidade das jovens gerações no compreender um dado tão determinante da vida sacerdotal.

“Dou-me conta, obviamente, que, em um mundo secularizado é sempre mais difícil compreender as razões do celibato. Acredito, a esse respeito, que o motivado apoio ao celibato e a sua adequada valorização na Igreja e no mundo podem representar algumas das vias eficazes para superar a secularização”.

O prefeito da Congregação vaticana justifica que as raízes teológicas do celibato encontram-se na nova identidade que é dada àquele ao qual é concedido o Sacramento da Ordem. “A centralidade da dimensão ontológica e sacramental e a consequente estrutural dimensão eucarística do sacerdócio representam os âmbitos de compreensão, desenvolvimento e fidelidade existencial ao celibato. A questão, portanto, diz respeito á qualidade da fé. Uma comunidade que não tivesse em grande estima o celibato, qual expectativa do Reino ou qual tensão eucarística poderia viver?”, questiona.

Por fim, o Cardeal diz que não se pode deixar condicionar ou intimidar por quem não compreende o celibato e gostaria de modificar a disciplina da Igreja nessa questão, abrindo fissuras. “Pelo contrário, devemos recuperar a motivada consciência de que o nosso celibato desafia a mentalidade do mundo, colocando em crise o seu secularismo e o seu agnosticismo e gritando, nos séculos, que Deus existe e está presente”, conclui.

Cardeal Mauro Piacenza, Prefeito da Congregação  para o Clero

 

O texto no  original:

  

Il celibato sacerdotale  Questione di radicalità evangelica

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilioVaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza. 

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l’insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II – a cominciare dalla Presbyterorum ordinis – potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un’esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell’Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.

In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.
Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell’assemblea sinodale, afferma: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell’amore di Dio verso questo mondo nonché dell’amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio”.
Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d’Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono “affare” divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.
Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un’opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull’uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell’Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente.

©L’Osservatore Romano 23 marzo 2011

 

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